Ascoltare Nina

Certe volte mi viene voglia di mollare tutto e scomparire da Word Press, ma poi mi piace scrivere e condividere, raccontare e dire qualcosa che ci riguarda, tutti e ciascuno, che ci indica proprio quello che non vediamo e che cerchiamo anche senza saperlo.

E così vorrei raccontare il mio incontro con Nina che ha lasciato in me, con le sue  parole, piene di lacrime e sorrisi, di scherzi e di segreti, una scia di armonia che tengo preziosamente come un dono.

” Mi piacerebbe parlare di Nicolas , ha detto gentile, sedendosi , ma non c’è bisogno di aggiungere altro.”

Intendeva dell’incidente in moto, di quel fratellone spericolato che lei seguiva sempre trotterellando quando era una bimbetta  grassottella e incantata dal suo eroe  che ora non c’è più , o che forse c’è più di prima.

Infatti non eravamo lì a parlare di un ragazzo e della sua vita.

“Io certo non lo lascerò mai andare, di certo non lo lascerò sparire” mi ha detto con un tono che non lascia dubbi.

“Sai quel libro di Safran Foer, -Molto forte, incredibilmente vicino – scritto dopo le Torri gemelle? Hai presente l’immagine di quell’uomo che cade dal grattacielo? Ecco. Lui torna su, fotogramma dopo fotogramma, alla scrivania in ufficio, e poi per strada, e poi a colazione a casa, insieme alla famiglia. Penso spesso a questa scena, al futuro che lo insegue, al passato che gli è davanti. “

Ha continuato, mordendosi il labbro, ma senza rabbia, con dolcezza.

Ed io ho avuto un brivido di freddo, nel momento esatto in cui ha finito di parlare, sulla cima o sul fondo dell’emozione. Non so.

Però mi sono detta che si usano gli altri come specchio, in generale. Di solito versiamo solo noi stessi in differenti realtà. Tutti gli altri sono strumentali al nostro desiderio di espressione, destinatari di un monologo. L’assenza di ascolto mi sembra la nostra malattia.

E se Nina mi raccontava queste cose era perché sapeva benissimo che io l’avrei ascoltata, poi certo non l’avrei giudicata, né commiserata.

Essere ascoltata, non consigliata era quello che desiderava.

Il dolore, la mancanza, erano in quel momento vicini ma lontani.

Importante era l’ascolto.

“Sai, bisogna solo ricordarsi  che ogni volta che l’amore si è nascosto, o l’hai trovato eppure non l’hai detto,non è mai tardi per farlo.” ha aggiunto

“Per dire tutte le parole che ti sono rimaste in testa, e ripartire senza lasciare niente indietro “ le ho risposto.

“Proprio così,  anche se nel complesso questi nostri discorsi possono sembrare disordinati” ed è un po’ arrossita.

“Quando mai? !”ho replicato.

E  abbiamo riso, complici.

 

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PANE e TULIPANI

Pane e tulipani  ( Regista Silvio Soldini )

In questo film il regista Soldini proveniente da un cinema autoriale compiaciuto e un po’ noioso( L’aria serena dell’Ovest – Le acrobate ) gioca la carta della commedia intelligente, ispirandosi ad un caso di cronaca appreso dai giornali, e confeziona, a mio avviso, uno dei migliori film italiani a cavallo fra i due millenni : libertario, femminista, antimatrimoniale, ben al di là degli orizzonti piccolo borghesi di tanto cinema.

La trama è semplice : una casalinga abruzzese non ancora anziana viene dimenticata dal marito in un autogrill ma finisce a Venezia e , a poco a poco, si riorganizza la vita, finalmente vivendola.

“Sono solo di passaggio” dice Rosalba alla suocera che le compare in sogno.

E chi non lo è.

Tutti quanti sulla strada con il pane nello zaino e i tulipani nel cuore.

A volte con l’impressione di essere decimali superflui , parentesi già chiuse.

Cominciano dimenticando il tuo compleanno e finisce che ti dimenticano nell’autogrill come un paio di occhiali.

Ma bisogna pesare la distrazione con spirito sereno. Considerare che gli autogrill stanno sulla strada e che le strade portano sempre da qualche parte.

Magari a Venezia, dove gli anarchici bisbetici vendono fiori.

Rosalba è un bell’esempio di resurrezione on the road per tutte le donne convinte che il mondo finisca all’asse da stiro.

La prova che il destino segue strani percorsi per ricompensarci, basta lasciarlo fare.

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Alla fine di un gioco

Un tempo era la nostra punizione

dopo aver perso ad un gioco.

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Altruismo Egoismo

ALTRUISMO       EGOISMO

Nella vita quotidiana tutti noi siamo protagonisti di gesti di altruismo e di egoismo.

Quante volte ci è capitato che qualcuno ( genitori, amici, partner, figli ) ci dicesse : “Sei un egoista”.

Ed ogni volta siamo stati costretti a difenderci o giustificarci per le nostre scelte.

Quante volte sismo combattuti fra il desiderio di pensare al nostro benessere e quello di far piacere agli altri?

Capita di fare fatica a combattere i sensi di colpa che ci assalgono quando diciamo no, pur avendo tutti i motivi per farlo, questo perché non è facile trovare un giusto equilibrio fra il darsi troppo e il troppo poco.

Sono del parere che essere troppo disponibili verso gli altri sia eccessivo e sarebbe bene ascoltare di più le proprie esigenze per non farsi invadere totalmente.

Neppure il massimo dell’egoismo, comunque, ci fa bene : è una chiusura assoluta in difesa del proprio io.
Sono convinta che  pensare a se stessi non sia egoismo, semmai lo è occuparsi solo di se stessi.

L’egoismo sano è invece un naturale istinto che ci suggerisce di salvaguardare e valorizzare  la nostra personalità e unicità.

L’albero è un esempio perfetto di sano egoismo, di buon equilibrio tra dare e avere, che corrisponde all’essere.

Infatti, con altruismo, ci regala ossigeno, fiori, frutti, ombra, rifugio agli uccelli.

Tuttavia occupa stabilmente “ il suo” territorio , trattiene nelle sue radici la “sua” terra e la “sua”acqua

. Certe volte non riusciamo a mettere un limite alla nostra disponibilità, essere generosi  è gratificante ma occorre riappropriarsi della responsabilità del proprio interesse, senza violare i diritti e i limiti altrui..

Il calore umano, la capacità di entrare in empatia con gli altri non escludono la possibilità di salvaguardare noi stessi.

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N A R C I S I

Molti pensano che il narciso sia soltanto un fiore, o nella specie umana, uno che si piace molto ricordando come i Greci narrassero il mito di Narciso, un giovane molto bello e per sempre adolescente, presuntuoso e incapace di amare, morto cadendo in un fiume cercando di afferrare un pallido riflesso di sé nell’acqua.

Shakespeare ha descritto nella commedia “La Dodicesima notte” il narcisista nella figura di Malvolio, un uomo che a causa della sua incapacità profonda di guardare al di là del proprio egocentrico punto di vista associato alla sua tendenza a prendere lievi offese come attacchi devastanti, non è capace di cogliere le occasioni di felicità che la vita gli offre.

Invece  il narcisista è un nemico e ne siamo circondati.

Il protagonismo, il presenzialismo, lo sgomitamento per apparire, la capacità di manipolare gli altri e i loro sentimenti sono le tante, pericolose facce del narcisismo.E il guaio è che ormai non è più considerato un difetto ma un merito.

Colpa del consumismo che ci ha abituato a prendere senza dare?

Colpa di Internet, che sollecita il senso di onnipotenza?

L’idea di avere sempre un pubblico come nei reality e nei talent show?

Per diventare famoso, avere successo, basta farsi notare, avere un’abilità, gridare più forte degli altri, fare piangere.

Le società, è vero, hanno sempre avuto i loro narcisi, artisti, attori, playboy, politici : il problema è che adesso stanno diventando troppi o troppo ingombranti in tutti i campi

E’ come la “sindrome di Dorian Gray” e si diventa vittime senza accorgersene.

Privo di empatia, centrato solo su se stesso, il narcisista usa e butta via, si attribuisce meriti non suoi, non si pone ikl confine tra il bene e il male.

A mio avviso il narcisista è soprattutto un serial killer psicologico, capace di distruggere il 90% delle persone che hanno a che fare con lui.

E i vampiri, le cui saghe oggi popolano cinema e televisione sono, tra le creature fantastiche quelle che lo rappresentano meglio.

Che fare allora? Dobbiamo imparare a riconoscerlo, a difenderci e convivere con lui senza danni.

 

 

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GLI ALITI DELLA MIA INFANZIA

Gli aliti della mia infanzia

In quella giornata di settembre ancora caldo  avevo deciso che era giunto il momento di tornare, così Lui  ha saputo  di una parte di me che gli  era nascosta e tremolava lieve, lassù, in una vallata di montagna.

La sera prima della partenza, aveva cercato di farmi cambiare idea circa il nostro piccolo viaggio.

“No!”  Avevo risposto decisa “ Ho voglia di sentire il profumo del legno tagliato e raccogliere nocciole nel posto che so io!”

Poi , chiudendo il discorso, avevo guardato , quasi con sfida, quei suoi occhi  che, quando diventano come due fessure assonnate, vogliono esprimere ironia e scetticismo.

Così, il giorno seguente, ho guidato i suoi passi alla ricerca dei miei ricordi : volti, voci, sussurri, profumi, suoni, che allietarono quei giorni, per me, di incredibile allegria.

Il paese, profondo in me come una musica antica, è senza dubbio cambiato, dopo tanti crepuscoli : la chiesetta di pietra è ormai abbandonata, il vecchio cinema dove alla domenica proiettavano pellicole d’epoca (La principessa Sissi tra tutte) e dove un ragazzino dagli occhi neri mi regalava caramelle e mi faceva arrossire, è ormai chiuso.

Più le donne non vanno alle fontane e non indossano in testa fazzoletti annodati alla nuca.

Eppure sono riuscita a ritrovare gli aliti della mia infanzia.

Lui ha spesso grandi silenzi e ancora ora, dopo anni di convivenza, a volte non so cosa pensi di me e dei miei slanci un po’ bizzarri, ma cercare di farlo partecipe delle mie emozioni è stato come regalargli il volo degli uccelli.

Siamo saliti più in alto e lassù, tra quelle pietre trascoloranti, gli ho indicato, dietro il verde dei pini, i tetti dei vecchi casolari e i prati, dove, al tempo dei perché, tra le erbe alte e il grano maturo, rincorrevo sogni e desideri.

Allora, in quei giorni lontani, tutte le finestre erano aperte e danzavamo nelle aie mentre il ragazzino dagli occhi neri fischiava una canzone.

La ricordo ancora ma non sono riuscita a cantarla; in fondo , ci sono cose che bisogna tenere dentro di sé e di fronte alle quali mi sento disarmata.

Siamo scesi fino alla fontana delle tre strade e abbiamo bevuto l’acqua più buona del mondo, ho raccolto un bocciolo azzurro che scherzava con un filo d’erba e – un milione di anni  sarà sempre così – mi sono sentita leggera e fiduciosa.

Poi dopo, come dicono in quel paese con una particolare e simpatica cadenza, siamo ritornati in mezzo alle case; sono bastati una stretta di mano ed un sorriso perché i miei amici diventassero i suoi e con essi, creature di un paese che amai  profondamente, dove fui felice e , qualche volta, anche dolcemente triste, ho rinnovato un’armonia che credevo di ieri e che invece è di sempre.

Allora ho guardato con trepidazione gli occhi di Lui : non erano più due fessure assonnate.

Aveva capito.

 

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Un film che è una poesia

LE  STAGIONI DI  LOUISE

Raramente, negli ultimi tempi, mi sono emozionata nell’assistere ad un cortometraggio animato.

Incollata davanti alla televisione, avrei voluto rivedere questo che io considero un film-poesia. Abituati come siamo ad assistere a film con scene violente,  con sesso esplicito, con banalità che dovrebbero far ridere ma io nemmeno sorrido, una visione del genere mi ha profondamente stupito.

All’inizio credevo fosse una storia monotona, ma poi la magia delle scene e del racconto non inzuccherato mi ha, piano piano, avvinto.

Potrebbe sembrare una storia per bambini, ma non è così, anche se sappiamo che bambini e poesia sono imprevedibili.

Entrambi appartengono ad un regno su cui hanno potere, l’intuizione, la fantasia, il sogno, l’innocenza.

E’ finita l’estate e al  termine della stagione balneare a Biligen, l’anziana Louise perde l’ultimo treno che può portarla in città. Dall’autunno all’estate successiva, decide di vivere in spiaggia in totale autonomia, in attesa che qualcuno la venga a prendere, in compagnia di un cane (che lei sente parlare).

 

Rimasta sola, la donna  ( di cui non si conosce l’età)  , dotata di una personalità forte e di un carattere incline all’ottimismo , non si scoraggia per la solitudine e per le avversità, anzi sembra godere di quella stessa solitudine che è poi una conquista di libertà.

In giro non c’è un’anima viva e spesso i ricordi della sua esistenza riaffiorano ma non la turbano.

Citazione :

«Sono rimasta molto coinvolta dalla profondità che mostra Louise nell’affrontare l’avventura e la solitudine», ha commentato Piera Degli Esposti, doppiatrice d’eccezione del personaggio di Louise: «La bimba che è in lei è ancora viva.   Lagouionie ha girato un film profondamente concreto che nello stesso tempo ha una forte dimensione di gioco, e a me piace molto il gioco. Le stagioni di Louise è un grande dono, un film che spazza via la morte: la vita vince».

Citazione

Jean-Francois Laguionie:

“Le stagioni di Louise è probabilmente la pellicola più intima che ho realizzato. Senza dubbio è anche quella realizzata in modo più minuzioso e complesso, a partire dall’assurda situazione in cui Louise si viene a trovare e passando per le avventure che vive all’età di otto anni in cima alla scogliera e nel bosco misterioso dopo lo scoppio della guerra, momenti di cui anche io ho avuto esperienza. Per me è stato difficile descriverle e rappresentare i villaggi della costa della Normandia in cui ero solito trascorrere le vacanze. Nella mia mente rappresentano ancora un luogo ideale per una tranquilla vacanza spensierata, sono luoghi in cui mi sento protetto dalla miseria del resto del mondo e in cui mi sento protetto e isolato in un luogo privo di confini temporali dove le abitudini borghesi sono ancora intatte e tengono lontane le angosce esistenziali, come l’invecchiamento e le maree.

Per sviluppare il personaggio protagonista della storia, ho immaginato qualcuno che potesse rappresentare all’apparenza tutte le piccole fragilità tipiche di questi villaggi costieri e che alla fine del racconto emergesse come una figura infallibilmente forte.”

Se non avete visto questa pellicola, non perdetela e poi mi saprete dire.

 

 

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