OLTRE IL PONTE

Questa poesia che , successivamente è diventata anche un canto, mi ha sempre commosso, 

In essa non c’è alcuna retorica, soltanto un racconto fatto con il cuore, un ricordo di giorni passati  in nome di ideali, con la consapevolezza di non essere eroi.

Significa raccontare un passaggio di consegne, testimoniare un’urgenza: le nuove generazioni, quelle dei ventenni, quelli che “non sanno la storia di ieri”, devono comprendere il senso di quell’esperienza da chi l’ha vissuta, per essere pronti a combattere sul fronte dell’impegno sociale e politico, nel mantenimento delle libertà democratiche faticosamente conquistate.

OLTRE  IL  PONTE

Ragazza dalle guance di pesca
o ragazza dalle guance d’aurora
io spero che a narrarti riesca
la mia vita all’eta` che tu hai ora.

Coprifuoco, la truppa tedesca
la citta` dominava, siam pronti:
chi non vuole chinare la testa
con noi prenda la strada dei monti.

Avevamo vent’anni e oltre il ponte
oltre il ponte ch’e` in mano nemica
vedevam l’altra riva, la vita
tutto il bene del mondo oltre il ponte.

Tutto il male avevamo di fronte
tutto il bene avevamo nel cuore
a vent’anni la vita e` oltre il ponte
oltre il fuoco comincia l’amore.

Silenziosa sugli aghi di pino
su spinosi ricci di castagna
una squadra nel buio mattino
discendeva l’oscura montagna.

La speranza era nostra compagna
a assaltar caposaldi nemici
conquistandoci l’armi in battaglia
scalzi e laceri eppure felici.
Video appunto correlato
Avevamo vent’anni…

Non e` detto che fossimo santi
l’eroismo non e` sovrumano
corri, abbassati, dai corri avanti!
ogni passo che fai non e` vano.

Vedevamo a portata di mano
oltre il tronco il cespuglio il canneto
l’avvenire di un giorno piu’ umano
e piu’ giusto piu’ libero e lieto.

Avevamo vent’anni…

Ormai tutti han famiglia hanno figli
che non sanno la storia di ieri
io son solo e passeggio fra i tigli
con te cara che allora non c’eri.

E vorrei che quei nostri pensieri
quelle nostre speranze di allora
rivivessero in quel che tu speri
o ragazza color dell’aurora.

Avevamo vent’anni…

ITALO  CALVINO

 

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La scalinata di Monesteroli

E’ vero che le esperienze entusiasmanti della gioventù sono irripetibili, puoi ritornare sugli stessi luoghi e gustarne la magia, ma non puoi più camminare in bilico su dei bordi.

E così è decisamente meno intrigante perché  puoi solo ammirare là dove la geografia ha disegnato  lo stupore con mano indubbiamente felice e questo ti deve bastare.

 Sono riuscita a ritornare a Monesteroli davanti alla sua famosa scalinata a picco sul mare che  raggiunge un pugno di case.

Quando sei davanti a un posto simile sembra che finisca il mondo e inizi l’ignoto.

Luogo irresistibile che giunge da una lontana memoria.

Dicevo, la scalinata, che cerca  un gruppo di case aggrappate al crinale  è mozzafiato, con i suoi  suoi mille scalini che tagliano la collina, ed è proibitiva per chi soffre di vertigini e ha le articolazioni non più giovani.

E dire che allora, piuttosto allora, scendevo saltellando  e poi, prima di risalire, insieme agli amici, si faceva un bagno, laggiù, dove il mare sferza gli scogli.

E così,  ritornata in  questo posto che  mi avrebbe dovuto dettare ansia e sgomento, mi sono ritrovata a fissarlo con una strana pace dilagata, tra la meraviglia silenziosa di innumerevoli turisti,  quasi smarriti da tanta bellezza.

Sono rimasta immobile, ho passato il mio tempo lì, tra lecci , corbezzoli , fichi d’india  ed altri alberi e cespugli vari.

 Non c’è altra via per raggiungere i tetti rossi, se non quella scalinata   o la via del mare  che se la ride a vedere le sudate di certi ostinati camminatori.

Ho lasciato  lentamente  il profumo della macchia mediterranea quando ormai il tramonto stava salutandomi.

 Sì,lo so, ne ho ammirati tanti, ma da ragazzi si è un po’ distratti e le emozioni della natura ti sfiorano.

Non è come ora che cerchi di gustare ogni sensazione, ogni bellezza necessarie per resistere ed esistere oggi, in un transito più taciturno per non disturbare troppo.

Non si sa mai!

 

 


 

 

 

 

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Amore a prima vista

AMORE A PRIMA VISTA

Sono entrambi convinti
che un sentimento improvviso li unì.
E’ bella una tale certezza
ma l’incertezza è più bella.

Non conoscendosi prima, credono
che non sia mai successo nulla fra loro.
Ma che ne pensano le strade, le scale, i corridoi
dove da tempo potevano incrociarsi?

Vorrei chiedere loro
se non ricordano –
una volta un faccia a faccia
forse in una porta girevole?
uno “scusi” nella ressa?
un “ha sbagliato numero” nella cornetta?
– ma conosco la risposta.
No, non ricordano.

Li stupirebbe molto sapere
che già da parecchio
il caso stava giocando con loro.

Non ancora del tutto pronto
a mutarsi per loro in destino,
li avvicinava, li allontanava,
gli tagliava la strada
e soffocando un risolino
si scansava con un salto.

Vi furono segni, segnali,
che importa se indecifrabili.
Forse tre anni fa
o il martedì scorso
una fogliolina volò via
da una spalla all’altra?
Qualcosa fu perduto e qualcosa raccolto.
Chissà, era forse la palla
tra i cespugli dell’infanzia?

Vi furono maniglie e campanelli
in cui anzitempo
un tocco si posava sopra un tocco.
Valigie accostate nel deposito bagagli.
Una notte, forse, lo stesso sogno,
subito confuso al risveglio.

Ogni inizio infatti
è solo un seguito
e il libro degli eventi
è sempre aperto a metà.

Wislawa Szymborska

 

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Lo scatto che dice chi siamo

Da Concita De Gregorio ( Twitter )

Grazie alla segnalazione di Alessandra Mauro, alle sue parole. 

C’è una bambina molto piccola, i genitori si sono da poco separati. La madre, che è di origine francese ma vive in America, non ha soldi. Si trasferisce con la figlia da un’amica, pure francese, di mestiere fotografa. Noi di questa bambina sappiamo che a 6 anni torna con la madre in Francia e che a 12 traversa l’oceano all’indietro, di nuovo a New York.

Ora la perdiamo di vista. La rivediamo molti anni dopo, adulta, un’altra volta in Francia: vende un terreno appartenuto alla madre. Si compra una Rolleiflex. Attraversa ancora il mare verso l’America, è la quarta volta, il viaggio è lunghissimo, lei è sola. Di nuovo, da questo momento, non sappiamo più niente. A un certo punto eccola a Southampton, stato di New York. Fa la bambinaia.

Si chiama Vivian. Vivian Maier, ed è quello che farà per guadagnarsi da vivere per tutta a vita: la bambinaia, la tata. Non ha un amore, non avrà figli. Solo quelli degli altri, da educare e da crescere, e la sua macchina fotografica. Tutto questo, che è poco ma è tanto, lo immaginiamo solo adesso, solo dopo. Perché durante, mentre portava a passeggio sempre nuovi figli altrui per le strade di Chicago e di New York, nessuno ha mai saputo niente di lei. Pochissimo anche i suoi datori di lavoro. Una donna alta e goffa, infagottata in gonne lunghe e cappottoni, con l’accento straniero, coi suoi cappellini e quelle scatole di cartone che di casa in casa trascinava con sé.La sua vita, nelle scatole: le sue foto.

Un giorno dei primi anni Duemila un agente immobiliare di Chigago compra all’asta per 380 dollari il contenuto di un deposito pieno di cappellini, scontrini, grandi capotti e una cassa con centinaia di negativi e rullini ancora da sviluppare. Immagini mai viste, neppure da chi le aveva fermate

.Un tesoro di bellezza.

Vivian Dorothea Maier ha scattato nella sua anonima misteriosa vita circa 150mila foto – si stima.  Si sa di lei quello che lei ha visto: dalle immagini che raccontano con esattezza un mondo, un tempo, si indovina l’attenzione, l’intenzione, la curiosità la meraviglia la compassione il disgusto della donna dietro la Rolleiflex. Si pensano i suoi pensieri, si muovono con lei, per le sue strade, i suoi passi. Donne eleganti e mendicanti, bambini che piangono tirati per un braccio dai genitori, uomini d’affari, insegne luminose dei negozi e vetrine, decine e decine di vetrine.

E specchi. Nelle vetrine e negli specchi, spesso, Vivian.

Nel tempo dei selfie compulsivi, in questo tempo in cui arti meccanici allungano i telefoni cellulari fino alla giusta distanza per testimoniare la realtà di ogni istante, con questo dimenticando di viverla, gli autoritratti di Vivian Maier hanno una fissità ipnotica, solenne, severa che ci parla.

L’occhio di chi guarda che vede se stesso: l’identità cos’è, noi chi siamo. Vivian chi era. Siamo quelli nello sguardo degli altri, la nostra reputazione, o siamo ciò che noi stessi vogliamo e sappiamo vedere di noi? Ma anche: chi possiamo essere davvero, pur in assenza di testimoni a riconoscerlo, certificarlo. La bambinaia Vivian racconta questo, anche.

Dice che ciascuno, volendo, in silenzio, può diventare – essere – chiunque.

 

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Dell’ INFEDELTA’

L’infedeltà : “questa sconosciuta? “

Mah!

La fedeltà sembra essere per tanti, eppure non si può negare che tradire sia una pratica molto diffusa.

Quello che chiamiamo amore è una cosa intricata che sempre ci confonde e non ci permette di chiarire se si ama l’altro o si ama la relazione, se soddisfa il nostro bisogno di sicurezza o il nostro bisogno di felicità.

C’è infatti in ogni amore una forma di possesso che arresta la nostra crescita e costringe la nostra identità a costruirsi solo all’interno di quel recinto che è l’amore.

Solo se si approda  a un rapporto aperto alla comunicazione e alla diversità si instaura un vero rapporto amoroso.

L’infedeltà non è una vera minaccia alla solidità della coppia semmai è un segnale inconfondibile che non tutto va poi così bene, del fatto che la coppia non è riuscita ad evolversi con gli stessi tempi, col medesimo respiro.

Spesso errori ed infedeltà scuotono la verità di una relazione.

La maggior parte di noi non sa raccontarsi l’uno all’altra, perché si riservano le parole ad un mondo inabissato, dove matura una rabbia sorda, un rancore inespresso.

La crisi di coppia non è mai legata soltanto all’infedeltà sessuale, al contrario, emerge sempre una crepa che era antecedente, alla quale contribuisce il tradito al pari del traditore, perché le condizioni dell’infedeltà si rivelano nella mancanza di dinamicità del rapporto di coppia, nelle parole che perdono tenerezza o che vengono sostituite dai silenzi.

 In questo senso, nell’infedeltà, c’è un lampeggiare di verità e di autenticità.

Infine, credo che Il concetto di fedeltà dovrebbe essere legato a quello di libertà : chi rimane  in una coppia in maniera forzata, tradisce se stesso.

Poi esistono anche gli infedeli seriali, incalliti.

Intendiamoci.

Siamo realisti.

A volte, cercare di capire è solo creare un alibi.

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Esistono buone o cattive MADRI ?

Esistono   buone   e cattive  MADRI ?

La cattiva madre per eccellenza ha fatto la sua comparsa nel film : Carrie-Lo sguardo di Satana, che aveva scioccato per le sue punizioni e il suo desiderio di annientare la figlia.

In seguito, il suo fantasma è ricomparso nello sguardo sadico della madre nel film : Il cigno nero, che spinge la sua Nina ad emergere nella danza, rinfacciandole la totale devozione ed esigendo una concentrazione tale da spingerla alla follia

.

Dal  grande schermo alla realtà il passo è breve.

Ma esistono davvero, buone o cattive madri?

No, non esistono..

In ogni donna, come del resto in ogni uomo, convivono entrambi gli aspetti, quelli buoni e quelli cattivi.

Nella maggior parte dei casi esistono luoghi comuni per cui bisognerebbe liberarsi dai pregiudizi e dagli stereotipi comportamentali.

Dal momento in cui mettono al mondo un bambino, le donne si sentono responsabili di tutto e la società non smette di ricordarglielo.

Ma la madre perfetta non esiste.

Wonder Woman è solo un cartoon : accettare i propri limiti e rimuovere i sensi di colpa  come mancanza di tempo, di tenerezza , di disponibilità, di  presenza, o troppo assillo. sono passi necessari per rinunciare all’illusione dell’onnipotenza materna.

Madre e figlio sono inizialmente un tutt’uno, ma la differenziazione è necessaria per entrambi e per l’equilibrio della famiglia.

Una buona madre deve saper riconoscere l’importanza dell’uomo che le sta accanto e deve lasciare che il padre svolga il suo ruolo.

Il padre deve essere anche marito, altrimenti la moglie fa coppia col figlio, di qualunque sesso sia, creando un matrimonio simbolico.

Ciò di cui hanno bisogno i figli è una madre meravigliosamente imperfetta, né chioccia, né gatta, né pavone.

Mettiamola così  “ la maggior parte delle madri sono sufficientemente buone”.

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COME ERAVAMO

COME    ERAVAMO

Finalmente sono riuscita a rivedere un film del 1973 , che mi era particolarmente piaciuto, interpretato da una splendida Barbra Streisand e da un bravo Robert Redford.

Si tratta di “ COME  ERAVAMO”

Una giovane ebrea progressista e un giovane di origini conservatrici si innamorano senza troppo badare

(almeno lui) alle ideologie; ma la vita e la Storia, con calma e tristezza, insegnano loro che le idee – e le differenze di idee – sono più tenaci e durature dei sentimenti.

Katie Morosky passa la vita a salvare il mondo, a lottare contro i capelli ricci e a cercare di far funzionare il suo amore per Hubbell.

Scorrono così quindici anni di storia americana e due ore di tiramolla che illustrano benissimo l’inconcludenza di certe forme di accanimento sentimentale.

Lei è la regina delle minoranze (ebrea, comunista, intelligente , donna) e ammette : ” Non sono una schizzagioia o una sbracarisate”.  E’ effettivamente una rompiballe, il tipo che alle feste tiene conferenze su Yalta e  rovina i finali delle barzellette.

Cosa ci faccia con Hubbell, conservatore e disimpegnato, non lo capiscono nemmeno loro.

Ma alla fine lei è stanca : smette di stirarsi i ricci, consegna l’amore alle bionde dell’alta società.

Chi vince, chi perde?

A Katie restano almeno le bombe da fermare, la storia da sperare di raddrizzare, una figlia.

Fate voi.

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