ACCETTAZIONE

Le ragazze della quarta A , al termine della settimana scolastica, si ritrovavano in  un bar gelateria dove gustare una prelibatezza di cioccolata con panna montata, ed ovviamente ridere e scherzare, parlare di ragazzi e amori sbocciati ma anche finiti .

 

Adesso quelle ragazze che,  come canta Vecchioni,  “ sono sempre belle da morire, che di più belle al mondo non ce n’è, belle di sogni, belle da stordire………parlano di una piccola” seicento” dove era bello aver mal di cuore e se ha tentato di fregarle il tempo, hanno fottuto il tempo con l’amore——-“ sono donne.

 

Alcune di esse sono ora già nonne, ma quando si ritrovano in quel bar si rendono conto che  ci sono stagioni della vita in cui capisci che le svolte vere sono i recuperi e, invece di partire per l’ignoto , vai a ripescare quel che di buono avevi avuto per le mani e non hai lucidato a dovere : le vecchie amiche di scuola, le vecchie conoscenze,

i vecchi cantanti, i vecchi film, la colonna sonora della tua esistenza.

 

Le rughe avanzano, gli acciacchi aumentano come le venuzze nelle gambe edn i capelli sempre più fragili.

Niente è al suo posto, eppure non se ne accorgono.

Devono attraversare tante estati, mettere insieme mondi, per ritrovare il piacere di stare insieme, tornare al senso di cameratismo che tanto amavano a quei tempi, rispettare gli altri, trovare empatia, essere premurose, essere fedeli a sé stesse.

 

Potrebbero sottoscrivere un manifesto.

 

Per andare avanti, a un certo punto, si torna indietro, alle cose migliori che si è saputo fare, alla tenerezza, alle idee senza futuro.

Non trovarsi diverse è una forma di grandezza chiamata ACCETTAZIONE

 

Si porta in giro quello che si è diventate, con orgoglio, ma senza nessuna presunzione, si rivive il passato senza nostalgia , né acrimonia : è stato,

 inevitabilmente

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Per Fare Il Ritratto Di Un Uccello

Una poesia che presenta, in tono quasi fanciullesco, una serie di problematiche-

Cosa è la gabbia? Cosa è l’uccello? Cosa è il quadro?

Cosa è la porta? …

Per fare il ritratto di un uccello (Jacques Prévert)

Per prima cosa dipingere una gabbia
che abbia la porta aperta
quindi dipingere
qualcosa di grazioso
qualcosa che sia semplice
qualcosa che sia bello
qualcosa di utile
per l’uccello
mettere poi la tela contro un albero
in un giardino
in un bosco
o in una foresta
nascondersi dietro quell’albero
senza dire niente
e senza muoversi
talvolta l’uccello arriva svelto
ma può anche metterci anni e anni
prima che si decida
Non scoraggiarsi
aspettare
aspettare se occorre anche per anni
la rapidità o la lentezza dell’arrivo dell’uccello
non ha nulla a che fare
con la riuscita del quadro
Quando l’uccello arriva
se arriva
osservare il silenzio più assoluto
aspettare che l’uccello
entri nella gabbia
e quando l’avrà fatto
richiudere dolcemente la porta col pennello
e poi
cancellare una per una tutte le sbarre
avendo cura di non toccare le piume dell’uccello
Fare a questo punto il ritratto dell’albero
scegliendo il suo ramo più bello
per l’uccello
dipingere allora il fogliame verde e la freschezza del vento
il pulviscolo del sole
il rumore degli insetti nascosti nell’erba
nella calura estiva
Poi aspettare che l’uccello abbia voglia di mettersi a cantare
Ma se non canta
è un gran brutto segno
è segno che il quadro è venuto male
Ma se canta invece è un buon segno
segno che il lavoro va firmato
E quindi voi strapperete
con grande dolcezza a quell’uccello
una sua piuma e scriverete
il vostro nome in un angolo del quadro.

Jacques PREVERT

 

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CAPODANNO

“Ogni mattino, quando mi risveglio ancora sotto la cappa del cielo, sento che per me è capodanno.

Perciò odio questi capodanni a scadenza fissa che fanno della vita e dello spirito umano un’azienda commerciale col suo bravo consuntivo, e il suo bilancio e il preventivo per la nuova gestione. Essi fanno perdere il senso della continuità della vita e dello spirito. Si finisce per credere sul serio che tra anno e anno ci sia una soluzione di continuità e che incominci una novella istoria, e si fanno propositi e ci si pente degli spropositi, ecc. ecc. È un torto in genere delle date.

Dicono che la cronologia è l’ossatura della storia; e si può ammettere. Ma bisogna anche ammettere che ci sono quattro o cinque date fondamentali, che ogni persona per bene conserva conficcate nel cervello, che hanno giocato dei brutti tiri alla storia. Sono anch’essi capodanni. Il capodanno della storia romana, o del Medioevo, o dell’età moderna.

E sono diventati così invadenti e così fossilizzanti che ci sorprendiamo noi stessi a pensare talvolta che la vita in Italia sia incominciata nel 752, e che il 1490 o il 1492 siano come montagne che l’umanità ha valicato di colpo ritrovandosi in un nuovo mondo, entrando in una nuova vita. Così la data diventa un ingombro, un parapetto che impedisce di vedere che la storia continua a svolgersi con la stessa linea fondamentale immutata, senza bruschi arresti, come quando al cinematografo si strappa il film e si ha un intervallo di luce abbarbagliante.

Perciò odio il capodanno. Voglio che ogni mattino sia per me un capodanno. Ogni giorno voglio fare i conti con me stesso, e rinnovarmi ogni giorno. Nessun giorno preventivato per il riposo. Le soste me le scelgo da me, quando mi sento ubriaco di vita intensa e voglio fare un tuffo nell’animalità per ritrarne nuovo vigore.

Ogni ora della mia vita vorrei fosse nuova, pur riallacciandosi a quelle trascorse.

Nessun giorno di tripudio a rime obbligate collettive, da spartire con tutti gli estranei che non mi interessano. Perché hanno tripudiato i nonni dei nostri nonni ecc., dovremmo anche noi sentire il bisogno del tripudio. Tutto ciò stomaca.
Aspetto il socialismo anche per questa ragione. Perché scaraventerà nell’immondezzaio tutte queste date che ormai non hanno più nessuna risonanza nel nostro spirito e, se ne creerà delle altre, saranno almeno le nostre, e non quelle che dobbiamo accettare senza beneficio d’inventario dai nostri sciocchissimi antenati.”

ANTONIO  GRAMSCI

 

 

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CONOSCERSI

Conoscere sé stessi e comprendere la differenza tra come pensiamo di essere e come siamo veramente è un’ambizione antica, ne parlavo , proprio ieri , con un amico.

Esistono veri e propri moduli mentali che, a nostra insaputa, pilotano intuizioni, giudizi, preferenze, inclinazioni, volontà.

Noi non siamo un tutto unico, ma formati da diverse componenti e molteplici inconsci che determinano il nostro ruolo sia che ce lo siamo assegnati noi stessi, sia che ci sia stato – per la maggior parte dei casi –  assegnato da altri.

Tutti, nel profondo,  sanno come e cosa vorrebbero essere, ma le circostanze fanno poi decidere in modo diverso.

Giorno per giorno, si accumulano decisioni o spinte esterne, contrari ai nostri desideri.

Chiunque ammette di essere diviso tra razionalità ed emozione e di avvertire  spesso un conflitto, ma spesso sono considerazioni generiche.

C’è chi ha sempre saputo quale direzione dare alla propria vita, e chi, invece, ha invertito la rotta lungo la strada. Affermare sé stessi, per esempio, anche scegliendo la solitudine è una conquista

La scelta perfetta non esiste, la nostra sofferenza può dipendere da punti di riferimento sbagliati,  ma è comunque necessario prevedere le conseguenze di alcuni condizionamenti, anche se è, a mio parere, molto difficile.

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Il TALENTO

Andrea non ha mai creduto nel suo talento, forse perché non è uno snob, ma la “sbonneria”, ogni tanto, non è un male, è un modo, magari non il migliore, di superare la banalità dei luoghi comuni.

Lui l’ha fatto una volta, da ragazzino, quando si è rifiutato di diventare un cacciatore come avrebbe desiderato il padre.

Anche questo, a mio modo di vedere, è talento.

Scrive o meglio scriveva,  ora con tenerezza, ora con nostalgia, rimpianto, struggimento, rancore, ferocia, delirio, sensualità, ma non lo riconosce.

Il talento è una cosa che ti è stata data e di cui hai completa responsabilità.

Se la lasci lì, se non la riconosci, la coltivi, la fai crescere, diventa materiale inerte.

E’ come l’amore : hai la possibilità di averne cura ma puoi decidere di lasciarlo com’è, senza moltiplicarlo, scegliendo la strada che ti porta dove ti capita.

Andrea sa passare emozioni, le sue parole vanno a segno.

Credo che la cosa più pericolosa del talento sia doverne incontrare i limiti, accorgersi che oltre una certa soglia non si possa andare, non per colpa tua, ma per colpa di chi non ti sa dire grazie, perché il talento è un materiale sfuggente, elusivo.

Ma posso sbagliarmi.

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La leggenda di NATALE

La Leggenda di NATALE

Parlavi alla luna giocavi coi fiori
avevi l’età che non porta dolori
e il vento era un mago, la rugiada una dea,
nel bosco incantato di ogni tua idea
nel bosco incantato di ogni tua idea.

E venne l’inverno che uccide il colore
e un babbo Natale che parlava d’amore
e d’oro e d’argento splendevano i doni
ma gli occhi eran freddi e non erano buoni
ma gli occhi eran freddi e non erano buoni.

Coprì le tue spalle d’argento e di lana
di pelle e smeraldi intrecciò una collana
e mentre incantata lo stavi a guardare
dai piedi ai capelli ti volle baciare
dai piedi ai capelli ti volle baciare.

E adesso che gli altri ti chiamano dea
l’incanto è svanito da ogni tua idea
ma ancora alla luna vorresti narrare
la storia d’un fiore appassito a Natale
la storia d’un fiore appassito a Natale.

FABRIZIO  de  ANDRé

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Due Miopi

A viverle le cose si rovinano, se restano dentro il ricordo e la fantasia sopravvivono in eterno a sè stesse.

E’ quello che ho pensato quando, per la scorsa festa patronale della mia città, mi sono trovata a visitare un  deposito  di vecchi tram in una mostra  nel Museo dei trasporti.  In un attimo quei vecchi veicolo hanno avuto il potere di trasportarmi ai miei 15 – 16 anni.

Su tram come quelli avvenivano gli incontri di un’età in cui bastava uno sguardo per rallegrare una giornata. Allora nei mezzi pubblici c’era ancora il bigliettaio seduto sul suo predellino e noi ragazzi li conoscevamo tutti : dal più carino, al più scorbutico, al più anziano. Erano parte del nostro vissuto quotidiano, assistevano bonari alle nostre intemperanze adolescenziali, alle nostre risate contagiose, ai nostri sfoghi giovanili, ai nostri approcci amorosi.

Penso che l’esistenza quotidiana si ormaid iventata un attentato continuo alla nostracapacità di appassionarci ma quelvecchio tram dalla forma bombata, dal color verde sbiaditoèriuscito a suscitare in me una voglia impellente di rivivere quei momenti, una fisiologica reazione alla realtà ormai piatta della vita quotidiana. Così, tornata a casa, sono andata all aricerca dei mieivecchi “appunti” e , col cuore in gola, ne ho trovato uno in cui cito proprio i tram e racconto la tenerezza di un amore adolescenziale mai realizzato, ma mai dimenticato.

DUE  MIOPI

Avremmo dovuto

noi due insieme

ballare un tango argentino

leggere l’Antologia di Spoon River

nuotare al largo dell’isolotto

invece di

scendere da un tram all’altro

frugare in vecchie librerie

evitare le pozzanghere

percorrere in lungo e in largo strade deserte.

Due miopi

con una canzone nel cuore

ma senza una chitarra

Che disastro!

Lauraluna di molti anni fa.

 

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